Il convivio israeliano Goccia a goccia contro la desertificazione

Expo-Padiglioni-IsraeleMi è piaciuto molto visitare il padiglione di Israele all’Expo di Milano. Trovi le risposte alla piacevolezza e leggerezza che sempre ti soddisfa degustando cibi libanesi ed ebraici. Non si capirebbe sino in fondo la bontà della cucina ebraica senza l’attenzione che Israele ha dedicato all’agricoltura. La coltivazione di una propria terra, per un popolo senza terra e al quale erano state vietate le attività agricole, rappresenta il raggiungimento di un desiderio ancestrale che ha permesso di superare le difficili condizioni orografiche e climatiche della Palestina. Inventori della irrigazione a goccia, gli israeliani hanno trasformato anche il deserto in floride piantagioni, ottenendo una grande varietà di frutta e ortaggi che tanto contribuisce alla qualità della loro cucina.
Gli Israeliani hanno molta cura per il desco: il pasto si apre con una variopinta parata do “meze” e insalate, dove l’aggiunta di spezie fa di ogni ortaggio una sorpresa. Il pane è un altro elemento fondamentale del pasto, spesso intinto in olio speziato o riempito di “hummus”, l’immancabile purea di ceci conditi con oli, sale, limone, sesamo (tahina) e aglio.  Sul “ptitin” (cous cous israeliano di farina di grano arrostita in forno) vengono presentate le carni, arrosto o kebab di capretto, agnello o manzo, ma anche il pesce. I dolci, molti preparati con miele e sesamo, spesso sono di tradizione araba.  Infine caffè nero con cardamomo.
Nonostante il desco israeliano sia estremamente ibrido, tipico di un popolo che proviene da ogni parte della terra e che convive con diverse etnie, nella gastronomia ebraica tutto sembra riportato ad una perfetta unità dalla profonda ritualità che connota la consumazione dei pasti, la loro preparazione, la coltivazione, regole che trovano l’espressione più compiuta nella cucina kasher, ossia adeguata ai principi della Torah, nella quale gli animali sono rigidamente suddivisi tra puri e impuri, quindi non edibili. Regola fondamentale della cucina kasher è di non servire insieme carne e latticini e, per evitare la contaminazione, spesso si fa uso di utensili e posate diverse. Il vino è ammesso sulle tavole ebraiche, ma la coltivazione deve rispettare le regole kasher, ossia: terreno coltivato unicamente a vitigno, raccolta dopo i tre anni con riposo della vite ogni sette; solo gli ebrei osservanti possono maneggiare i grappoli e solo alcune cantine sono autorizzate alla vinificazione.
All’imbrunire del venerdì sera, a Gerusalemme, gli ebrei sospendono le consuete occupazioni preparandosi alla preghiera e a consumare un pasto speciale insieme alla famiglia. L’importanza del convivio si rivela in occasione dello “Shabbat”.

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